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Aliquote rosa

di Marco Leonardi e Carlo Fiorio 24.05.2007
Tassazione differenziata in base al sesso, tassazione con quoziente familiare e imposta negativa: sono tre proposte di riforma per il sistema fiscale italiano. Cambiare le aliquote fiscali è sempre un'operazione controversa che richiede la creazione di un vasto consenso su come distribuire i guadagni e le perdite tra i contribuenti. Ma al di là delle soluzioni tecniche, l'auspicio è che il dibattito sul fisco ci serva a capire due problemi centrali dell'economia italiana: la bassa partecipazione femminile alla forza lavoro e la bassa natalità.

Il merito maggiore del dibattito sulla riforma del fisco è di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla necessità di utilizzare lo strumento fiscale per far fronte a due problemi centrali dell’economia italiana: la bassa partecipazione femminile alla forza lavoro e la bassa natalità.

 

Tre proposte di riforma

 

Secondo i criteri della scienza delle finanze, un buon sistema tributario deve avere tre requisiti fondamentali:

1) deve essere efficiente, ossia deve avere il minore impatto possibile sulle scelte di consumo, di lavoro e di investimento degli individui;

2) deve essere equo, ossia deve far pagare le stesse imposte a individui con le stesse caratteristiche (equità orizzontale) e indurre chi ha di più a contribuire più, in proporzione al proprio reddito, rispetto a chi ha meno (equità orizzontale o progressività);

3) deve essere semplice, ossia avere i minimi costi di amministrazione, di rendicontazione dei redditi.

Alla luce di questi criteri possiamo rileggere tre recenti proposte di intervento sull’imposta dei redditi.

 

Tassazione differenziata per sesso

 

La prima proposta, avanzata da Alberto Alesina e Andrea Ichino, consiste nel far pagare agli uomini un’imposta maggiore delle donne a parità di reddito percepito.

Un primo possibile merito di questa proposta è la sua efficienza. Se è vero che le donne hanno sempre un’offerta di lavoro più elastica al reddito degli uomini, consolidati risultati di tassazione ottimale dimostrano che tassare più gli uomini delle donne, a parità di reddito, aumenta l’efficienza del sistema. In particolare, tale proposta incentiva una maggiore partecipazione femminile al mondo del lavoro, può essere calibrata in modo da non aver impatti rilevanti sulle entrate tributare complessive e, potenzialmente, induce un cambiamento culturale verso una maggiore parità tra i sessi nella società italiana, una sorta di affirmative action di stile anglosassone. Tuttavia, la differente elasticità dell’offerta di lavoro maschile e femminile non è costante per tutti i livelli di reddito, dipende dal ruolo svolto dal singolo individuo all’interno della famiglia e, come le numerose stime empiriche mostrano, le elasticità variano al variare del contesto istituzionale, familiare e culturale. Inoltre, i risultati relativi all’elasticità dell’offerta di lavoro sono validi al margine, mentre rimane da dimostrare che un lavoratore uomo, vedendosi aumentare la propria aliquota di 10-20 punti percentuali non alteri la propria scelta di partecipazione nel mondo del lavoro regolare.

Il limite principale della proposta è sul lato dell’equità. Consideriamo a titolo d’esempio due famiglie con unico genitore, uguali carichi familiari e reddito, ma in un caso l’unico genitore è uomo, nell’altro è donna: sarebbe contro il principio dell’equità orizzontale tassare più la prima famiglia rispetto alla seconda. Così come sarebbe contro il principio dell’equità verticale nell’ipotesi che la famiglia mono-genitore con capofamiglia donna abbia un reddito maggiore di quella con capofamiglia uomo e le due famiglie paghino un’uguale imposta. In termini di semplicità, il sistema proposto sarebbe probabilmente analogo a quello esistente.

 

Quoziente familiare

 

La seconda proposta, la tassazione in base al quoziente familiare, prevede che, una volta definita l’unità familiare da un punto di vista fiscale (per esempio, un’unità che escluda la presenza di figli e altri familiari con redditi oltre una certa soglia), si sommino tutti i redditi afferenti all’unità, li si aggiusti in base a un coefficiente (quoziente familiare) per evitare che l’ampliamento della base imponibile causi un aumento dell’imposta per l’operare dell’imposta progressiva, e si calcoli quindi l’imposta familiare, moltiplicandola infine per il quoziente familiare ottenendo l’imposta dovuta. Questa imposta è adottata in Francia, e con alcune differenze relative alla determinazione del quoziente familiare anche in Germania e negli Stati Uniti. Ciononostante, se sostituita al sistema attuale italiano causerebbe un’indubbia perdita di efficienza. Consideriamo ad esempio il caso di una famiglia di due coniugi in cui l’uomo lavora e la donna è incerta se entrare nel mondo del lavoro regolare. Nell’ipotesi plausibile che se entrasse nel mondo del lavoro il suo reddito sarebbe relativamente basso, con il sistema attuale verrebbe tassata con un’aliquota relativamente ridotta, con il sistema con quoziente familiare partirebbe da un’aliquota certamente più elevata poiché determinata tenendo in considerazione anche il reddito del coniuge. Il sistema del quoziente familiare avrebbe dunque l’effetto di scoraggiare la partecipazione femminile al mondo del lavoro rispetto al sistema attuale, una situazione tutt’altro che auspicabile nel nostro paese.

Il supposto merito del quoziente familiare consiste nel trattare con più favore le famiglie (rispetto ai single) e tener meglio conto degli oneri derivanti dalla cura dei figli e degli anziani non autosufficienti. Tuttavia, questo non è del tutto vero in quanto il sistema di detrazioni per carichi familiari può svolgere esattamente lo stesso ruolo. (1) Come mostrano anche Claudio De Vincenti e Ruggero Paladini su lavoce.info, i vantaggi maggiori dall’applicazione del quoziente familiare si hanno per famiglie con un unico reddito alto, in quanto il meccanismo consente la riduzione di aliquota media, mentre il sistema attuale non garantisce detrazioni per carichi familiari a redditi elevati. Infine, l’introduzione del quoziente familiare comporterebbe una complicazione in termini di calcolo e amministrazione. (2)

 

Imposta negativa

 

La terza proposta, l’imposta negativa, prevede un sistema del tutto simile a quello attuale con la differenza sostanziale di riconoscere un credito d’imposta (o sussidio) a quei contribuenti che si trovano ad avere un totale di detrazioni (o crediti) maggiore dell’imposta a debito.
Il sistema ricalcherebbe quanto introdotto nel Regno Unito con il Working Tax Credit (Wtc) o con il Child Tax Credit (Ctc). Con il Wtc vengono riconosciuti crediti alle famiglie a basso reddito che lavorano almeno 16 ore se con figli a carico, o almeno 30 ore senza figli a carico. Con il Ctc viene riconosciuto un credito a famiglie con figli. I crediti, percepibili come assegno periodico, sono attribuiti in base al reddito congiunto della famiglia e sono di entità rilevante: una famiglia a basso reddito che lavora oltre 30 ore settimanali può ricevere 4.100 sterline l’anno, con la possibilità di ottenere anche rimborsi dell’80 per cento delle spese documentate per la cura dei figli fino a 300 sterline la settimana. Le misure hanno avuto un impatto di forte incentivo alla partecipazione femminile al mondo del lavoro, spingendo molte famiglie a uscire dalla trappola della povertà, senza riflessi negativi sui tassi di fertilità. Anche in Italia il vantaggio in termini di efficienza sarebbe dunque evidente: rispetto al sistema attuale è prevedibile che un maggior numero di donne troveranno più conveniente andare a lavorare acquisendo il diritto a ricevere un credito per famiglie che lavorano e famiglie con figli. Allo stesso tempo, si inciderebbe positivamente sull’equità verticale del sistema complessivo, senza alterare l’equità orizzontale. I costi amministrativi e di comprensione da parte dei contribuenti sarebbero inoltre comparabili a quelli attuali e decisamente inferiori rispetto al sistema del quoziente familiare.

La proposta avrebbe un ulteriore importante effetto per il nostro paese: l’emersione di una parte del lavoro nero, che si concentra ai livelli di reddito inferiore. Con il sistema attuale, alcuni lavoratori scelgono di accettare un lavoro irregolare per convenienza, per mettersi in tasca parte delle imposte e dei contributi che dovrebbero altrimenti esser pagati. La convenienza verrebbe meno se fosse introdotto in Italia un sistema analogo al Wtc.

 
Cambiare le aliquote fiscali è sempre un’operazione controversa che richiede la creazione di un vasto consenso su come distribuire i guadagni e le perdite tra i contribuenti. Noi riteniamo che a oggi l’unica redistribuzione a mezzo Irpef che meriti di essere difesa è quella a favore delle donne che lavorano con figli a carico. La ragione è che la bassa partecipazione femminile e la bassa natalità sono un problema di tutti e il nostro più grande ostacolo alla crescita economica e sociale. Speriamo che questo dibattito sul fisco, al di là delle soluzioni tecniche, ci serva a capire questo.

 

 

 

(1) Cavalli, M e C.V. Fiorio (2006), “Individual vs family taxation: an analysis using TABEITA04”, Econpubblica WP N. 118. mostrano che, se il quoziente familiare francese fosse introdotto nel sistema di tassazione italiano, a parità di gettito vi sarebbe una forte riduzione della progressività del sistema: le famiglie con redditi superiori a 80mila euro pagherebbero in media quasi 5mila euro in meno, mentre le famiglie con redditi tra 10-20mila euro ne perderebbero circa 300.

 
(2) Si veda a riguardo il contributo di Angela Martone.