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MERCATO DEL LAVORO IN SPAGNA: UNA BUONA RIFORMA

di Luis Garicano 21.02.2012

La riforma del mercato del lavoro varata in Spagna, pur non risolvendo tutti i problemi, può contribuire a porre fine alla distruzione dei posti di lavoro e favorire la creazione di nuova occupazione. Perché dà la priorità agli accordi a livello di impresa, permette riduzioni temporanee dell'orario di lavoro e facilita la flessibilità interna. A patto, però, che il parlamento spagnolo intervenga introducendo alcuni cruciali cambiamenti. E che il governo riesca a spiegare ai cittadini i contenuti e i fini della riforma.

La riforma del governo Rajoy sul mercato del lavoro in Spagna, varata con il regio decreto legge (Real Decreto-ley) n. 3 del 10 febbraio 2012, non è una cattiva riforma: con qualche piccolo ma importante cambiamento nel corso dell’iter parlamentare può porre fine alla distruzione dei posti di lavoro e, senza dubbio, faciliterà la creazione di nuova occupazione. (...)

LE OMBRE

È certamente facile enfatizzare gli aspetti negativi o perfettibili delle nuove norme: la dualità rimane la nota dominante, gli impieghi continueranno a essere temporanei, i contratti sono troppi (anzi, ora ce n'è uno in più). Mentre il proliferare di bonus e sussidi è un errore e una perdita di tempo e denaro: se ci sono risorse da investire, che vengano utilizzate per la formazione dei disoccupati. E l’eliminazione del licenziamento rapido, odiato dai sindacati (con il massimo indennizzo ma senza spese di transazione, che sono quelle che danno lavoro ad avvocati, sindacati, confederazioni imprenditoriali, eccetera) aumenterà i costi di transazione e i contenziosi nel nostro inefficiente apparato giudiziario.
Tuttavia, bisogna riconoscere (ed è la mia opinione personale) che questa non è una mini-riforma. E  può migliorare il catastrofico andamento del mercato del lavoro. Per quale ragione?

COSA CAMBIA

Cominciamo dall’inizio. Il problema principale della Spagna è la flessibilità interna. Immaginate di dirigere un’azienda con 250 dipendenti e di avere di fronte un futuro estremamente incerto. Avete degli utili, ma cominciate a rendervi conto che le banche tagliano i prestiti, che la situazione prende una brutta piega e che i risultati del prossimo esercizio saranno cruciali per la sopravvivenza dell’azienda.
Cosa dovete fare? Dovete salvare l’azienda e salvare quanti più posti di lavoro possibili. L’ideale sarebbe ridurre l’orario di lavoro, riorganizzare il tutto, tentare di mantenere tutti i dipendenti cercando di evitare il disastro. Ma l’attuale regolamentazione imposta dalla negoziazione collettiva lo rende impossibile. Con procedure di licenziamento collettivo (Expedientes de regulación de empleo) di 45 giorni, pagando due, tre, quattro anni di lavoro ai dipendenti che vengono licenziati, l’azienda va a fondo. Che fare, dunque? Resistere, confidare nel fatto che le cose cambieranno, e poi, di colpo, chiudere i battenti.
La riforma prosegue sulla linea di quelle precedenti nell’incrementare gli strumenti atti a favorire l’adeguamento interno. Innanzitutto, perché si dà la priorità agli accordi a livello di impresa. Questo facilita enormemente la flessibilità interna, permettendo a imprenditori e dipendenti di confrontarsi con la realtà specifica di ogni luogo di lavoro. Secondo, perché estende anche alle condizioni salariali la procedura (art. 41 dell'Estatuto de los trabajadores) che permette all’imprenditore (con controllo giudiziario ex post) la modifica unilaterale delle condizioni individuali, ove migliorative rispetto all’accordo collettivo. Terzo, mira a permettere interventi di modifica delle condizioni lavorative e salariali stabilite nei contratti collettivi. In questo caso, l’imprenditore non può adottare misure in maniera unilaterale, ma deve negoziare e affrontare un complesso iter in base all’articolo 83.2 dell'Estatuto de los trabajadores con verdetto finale spettante al comitato consultivo nazionale dei contratti collettivi. Quarto, le riduzioni dell’orario di lavoro previste dall’articolo 47 dell'Estatuto de los trabajadores, in precedenza effettuate su autorizzazione amministrativa, sono ora decise dall’azienda, ma sono a carattere temporaneo e devono rientrare in un insieme di motivi predeterminati. Quinto, la riforma elimina la più grande assurdità del sistema dei contratti, ossia la loro proroga automatica indeterminata (la cosiddetta “ultra-attività”).
Altrettanto importante è il tentativo di facilitare la riduzione della durata della giornata lavorativa. Vorrei richiamare l’attenzione sulla quinta disposizione addizionale: “La disoccupazione sarà parziale qualora il dipendente si veda temporaneamente ridotto l’orario di lavoro giornaliero, da un minimo del 10 a un massimo del 70 per cento, sempre che il salario sia anch’esso oggetto di analoga riduzione. A tali condizioni, si intenderà come riduzione della giornata lavorativa quella che venga decisa dal datore di lavoro secondo quanto stabilito nell’articolo 47 dello Statuto dei lavoratori, a esclusione delle riduzioni di orario lavorativo permanenti o di quelle che si estendano a tutto il periodo rimanente di vigenza del contratto di lavoro”.
In poche parole, pare ci sia il tentativo (e il governo deve essere quell'esempio positivo che finora non è stato) di scongiurare la distruzione dei posti di lavoro per il prossimo anno, che si prospetta terribile, e di spingere i lavoratori ad assumere una posizione realista al fine di salvare la propria azienda e in definitiva, l’economia spagnola.
Il rischio, chiaramente, è che gli elementi di flessibilità interna vengano completamente ignorati e che al loro posto si prospettino mesi di tagli indiscriminati dei posti di lavoro a 20 giorni per giustificato motivo oggettivo: esistono forse aziende che non abbiano tre trimestri di crollo degli utili e che non abbiano personale in esubero? Ovvio, senza la possibilità del licenziamento, la flessibilità non verrà sfruttata né accettata, ma d’altro canto, cosa succede se si ricorre al licenziamento anziché alle possibilità di flessibilità interna, pur con qualche forzatura legale? Di qui la convinzione che il messaggio educativo del governo sia cruciale.
Tra l’altro, la riforma presenta molti altri dettagli che mirano a razionalizzare il bizzarro sistema dei rapporti di lavoro in Spagna. Due in particolare: un intervento migliorativo sul contrasto all’assenteismo, finora ridicolo, e (...) la riduzione dei costi di indennizzo per il licenziamento da 45 a 33 giorni, e soprattutto la riduzione del limite massimo da 42 a 24 mensilità. Il provvedimento ci avvicina alla media europea e riduce la condizione di “quasi-funzionario” assunta ormai da molti impieghi. Questo può incentivare la contrattazione fissa, così come lo snellimento delle cause oggettive di licenziamento.
Altrettanto positiva è la rottura del monopolio sindacale sulla formazione. (...) Ora la legge prevede oltre alla “partecipazione delle organizzazioni imprenditoriali e sindacali più rappresentative” anche quella “dei centri ed enti di formazione debitamente accreditati per la progettazione e pianificazione del sottosistema di formazione professionale per l’impiego”.

L'INTERVENTO IN PARLAMENTO

Dovremo aspettare settimane prima di sapere come sarà realmente la riforma, ma per il momento direi che la mia valutazione preliminare è positiva.
Anche perché quattro ulteriori misure si possono, anzi si devono, inserire per via parlamentare:
1. diminuire il numero dei contratti riducendo quelli a tempo determinato;
2. prevedere un indennizzo crescente per il licenziamento nei contratti a tempo indeterminato, fino a un massimo di 20/33 giorni;
3. passare al sistema di licenziamento austriaco;
4. individuare una strategia per favorire la riduzione della giornata lavorativa.
Soprattutto, la riforma va illustrata ai cittadini. Se il governo non è capace di spiegare tutto questo, lavoratori e imprenditori non lo capiranno, e ciò che vedremo saranno solo licenziamenti, non flessibilità interna.


(Traduzione di Giulia D’Appollonio)

 

* Il testo in lingua originale è pubblicato su Nada es Gratis.
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