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SVALUTAZIONE FISCALE PER DAR FIATO ALL'ITALIA

di Daniel Gros 21.11.2011

La priorità per l’Italia dovrebbe essere il recupero di competitività esterna per svincolarsi dalla necessità di finanziarsi all’estero. E per convincere i mercati che, alla lunga, il paese riuscirà a restare nell’euro perché ha allineato i costi a quelli della concorrenza internazionale. Si può fare attraverso una svalutazione fiscale, con un aumento dell’Iva abbinato a una riduzione della tassazione del lavoro. Rendendo così più competitive le imprese esportatrici. In Germania un provvedimento simile ha dato ottimi risultati.

La situazione critica sui mercati finanziari richiede misure che possano avere un effetto immediato e che diano un segnale forte all’estero. Il governo Monti si concentra naturalmente sull’aggiustamento fiscale e la lista delle riforme richieste dall’Unione Europea. Un governo può ridurre il suo deficit e decidere (e poi attuare) riforme strutturali. Ma che cosa può fare un governo per rendere il paese più competitivo? Ed è questo il vero problema dell’Italia.

IL TALLONE D'ACHILLE

L’Italia dipende dai mercati internazionali perché metà del debito pubblico è detenuta da investitori esteri e perché ha un deficit corrente con l’estero. È questo il tallone d’Achille del paese che, nel suo complesso, ha un debito estero molto contenuto: se l’Italia avesse un surplus corrente esterno, il risparmio degli italiani sarebbe sufficiente per finanziare il disavanzo pubblico e il paese non dipenderebbe tanto dai mercati internazionali. Abbattere i costi per far crescere le esportazioni dovrebbe essere pertanto un traguardo chiave della politica, non solo per favorire la crescita, quando lo Stato deve spendere di meno.
L’importanza dei conti con l’estero si vede dall’esempio del Belgio: ha un debito pubblico simile a quello italiano, ma paga un premio di rischio molto più contenuto, nonostante non abbia ancora un governo a distanza di un anno e mezzo dalle elezioni, proprio perché i conti con l’estero sono in surplus. La priorità per l’Italia dovrebbe pertanto essere il recupero di competitività esterna per svincolarsi dalla necessità di finanziarsi all’estero e per convincere i mercati che, alla lunga, il paese riuscirà a restare nell’euro perché ha allineato i costi a quelli della concorrenza internazionale. Come fare?

L'ESEMPIO DELLA GERMANIA

In genere i costi di lavoro sono determinati dalle parti sociali che dovranno dare prova di grande senso di responsabilità. Ma anche le autorità fiscali possono fare qualche cosa. L’ideale in questa situazione sarebbe una “svalutazione fiscale”, cioè un aumento dell’Iva abbinato a una riduzione della tassazione del lavoro. L’Iva colpisce soltanto i consumi, non le esportazioni. Per le imprese esportatrici, l’aumento dell’Iva non rappresenta pertanto nessun costo addizionale. Ma la riduzione del costo del lavoro, per esempio attraverso una riduzione dei contributi sociali, alleggerisce i costi. Per le imprese che possono esportare la combinazione di un'Iva più alta con una riduzione dei contributi sociali avrebbe pertanto lo stesso effetto di una svalutazione: rende le esportazioni italiane più competitive.
La Germania ha adottato una misura simile quando, qualche anno fa, si è ritrovata con un deficit strutturale. Sembra incredibile oggi, ma la Germania aveva all’epoca un grosso problema fiscale. I fatti sono chiari: tra il 2001 e il 2005 il deficit fiscale tedesco è stato per ben cinque anni al di sopra della soglia del 3 per cento del Pil, e in media era più alto di quello italiano. La Germania è riuscita a eliminare il deficit soltanto grazie a un aumento dell’aliquota Iva di tre punti.
Nel caso dell’Italia, l’eliminazione delle esenzioni/riduzioni sarebbe forse ancora più importante di un aumento dell’aliquota, che dovrebbe comunque essere dello stesso ordine di grandezza.
In Germania, parte dell’aumento dell’Iva è stato compensato con una riduzione degli oneri sul lavoro. Questa misura non era strettamente necessaria visto che la Germania a quel punto aveva già un surplus corrente, ma ha contribuito senz’altro all’aumento dell’occupazione, iniziato soltanto allora, dopo molti anni di altissima disoccupazione.
Nell'Italia di oggi non ci si dovrebbe attendere miracoli da una misura simile. Una svalutazione fiscale potrebbe incidere soltanto per qualche punto percentuale sui costi delle imprese esportatrici, mentre il costo del lavoro è aumentato dal 2001 del 20 per cento, mentre in Germania meno del 5 per cento. La strada da percorrere per recuperare pienamente la competitività perduta è ancora lunga. Ma un primo passo significativo dovrebbe aiutare a ridurre la tensione sui mercati finanziari.