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IDENTIKIT DEL LEGHISTA AMMINISTRATORE

di Tommaso Nannicini 07.04.2010

Chi sono i sindaci della Lega Nord? Meno donne, ma più giovani e con un livello medio d'istruzione superiore rispetto agli altri amministratori del Nord. Inoltre provengono da occupazioni con un alto costo opportunità dell'ingresso in politica: imprenditori, commercianti, avvocati e professionisti. I comuni leghisti hanno una maggiore percentuale di entrate proprie e una minore rigidità della spesa. Insomma, un federalismo municipale non solo predicato ma anche praticato.

La Lega Nord è di nuovo al centro dei riflettori della politica italiana. La sua indiscutibile vittoria elettorale, più che in termini quantitativi (in fondo, al di là della significativa conquista di due presidenti di regione e dello sfondamento elettorale in Emilia-Romagna e Toscana, il suo bacino di consenso non si discosta granché dal 10,1 per cento raggiunto nel 1996 con la corsa solitaria e protestataria al di fuori dei due poli), sembra misurarsi in termini qualitativi: a confronto con la crisi di credibilità e il discredito generalizzato verso le classi dirigenti degli altri partiti, i politici leghisti si segnalano per il forte legame con i propri elettori. Tanto da spingere molti a individuare nella forma partito leghista un modello da imitare. Dato che il successo della Lega finisce per essere identificato con il suo radicamento locale e la capacità di selezionare una classe politica credibile agli occhi degli elettori, può essere utile gettare uno sguardo ai dati disponibili sugli amministratori locali. Per capire chi sono e cosa fanno i politici leghisti sparsi sul territorio.

L’ANAGRAFE DEGLI AMMINISTRATORI LOCALI

La fonte cui si può fare riferimento è l’anagrafe degli amministratori locali curata dal ministero dell’Interno. In particolare, prenderò in esame tutti i sindaci eletti nei comuni italiani dal 1993 al 2007, nonché gli assessori comunali nominati da questi sindaci. (1) Per rendere la comparazione tra gli amministratori leghisti e gli altri facilmente interpretabile, mi limiterò al Nord (cioè, alle regioni del Nordovest e del Nordest nella classificazione Istat).
I dati utilizzati, tuttavia, hanno un limite che è bene evidenziare subito. Molti sindaci non sono chiaramente identificati in base al partito cui appartengono, ma solo alla coalizione che li ha sostenuti. A volte, neanche in base a quella, nel caso di liste civiche. Dei 13.887 sindaci del campione, quindi, soltanto 534 (il 3,7 per cento) sono identificati come leghisti dai dati del ministero. (2) Molti altri, chiaramente, si nascondono dentro le etichette del centrodestra o di liste civiche. E il problema non è neanche neutro in termini temporali, visto che dopo il 1999 (quando la Lega rientra in maniera stabile nella coalizione di centrodestra) la percentuale di sindaci leghisti scende dal 5,7 per cento al 2,5 per cento per un chiaro problema di identificabilità. Anche il numero di liste civiche, non identificabili come centrodestra o centrosinistra, cresce dal 33 per cento (prima del 1999) al 68 per cento (dopo il 1999). Se si pensa ad alcuni sindaci leghisti con visibilità nazionale, si capisce al volo il problema. Il sindaco di Verona Flavio Tosi (classe 1969, tecnico informatico) è identificato come “centrodestra” nel 2007. Il sindaco di Novara Massimo Giordano (classe 1969, avvocato) è identificato come “centrodestra” nel 2001 e come “Lega Nord” nel 2006. Il sindaco di San Donà di Piave e adesso anche presidente della provincia di Venezia, Francesca Zaccariotto (classe 1962, assistente sociale), è identificata come “centrodestra” nel 2003. Tutti casi di sindaci leghisti di successo, di cui soltanto uno (Giordano) è chiaramente individuato come tale dai dati.
Nonostante questi limiti, descrivere le 534 amministrazioni comunali leghiste individuate dai dati del ministero può comunque essere utile per capire qualcosa sui politici locali della Lega.

POCHE DONNE, PIÙ GIOVANI, IMPRENDITORI E PROFESSIONISTI

I leghisti, rispetto agli altri sindaci del Nord, si segnalano per la minore presenza di donne (6,7 per cento contro 9,4 per cento), per una maggiore presenza di giovani (età media di 46 anni contro 48) e per un maggiore livello di istruzione (14 anni di studio contro 13). Si noti che tutte queste differenze (e le altre citate di seguito) sono statisticamente significative a un livello di confidenza del 5 per cento o dell’1 per cento a seconda dei casi.  Mentre emerge l’immagine di una classe politica giovane, non sembra confermata la vulgata per cui la classe dirigente leghista è rozza e meno istruita. Non è del tutto confermata, infatti, neanche la fotografia che emerge dalla classe parlamentare leghista. Anche lì, la Lega si segnala per una minore presenza di donne e una maggiore presenza di giovani, ma il livello medio d’istruzione dei parlamentari leghisti è minore rispetto a quello dei loro colleghi di altri partiti. Se si guarda all’evoluzione nel tempo di queste caratteristiche, inoltre, si nota come le tendenze di cui sopra si stiano un po’ attenuando. Dopo il 1999, è aumentata la presenza di donne leghiste (come testimoniato anche dalla recente inchiesta giornalistica di Cristina Giudici). (3) Ed è aumentata l’età media dei sindaci leghisti, per un fenomeno naturale per cui giovani che si erano affacciati alla politica grazie alla Lega nel corso degli anni Novanta hanno poi consolidato le loro posizioni di potere nelle istituzioni e nel partito.
Riguardo alla professione, i sindaci leghisti si distinguono per la provenienza da occupazioni con un alto costo opportunità dell’ingresso in politica, come imprenditori, commercianti, avvocati e professionisti: 56,8 per cento contro il 36,2 per cento degli altri sindaci del Nord. Forse, è anche questo connotato sociale della sua classe politica a spiegare la capacità della Lega di intercettare il consenso di piccoli imprenditori, lavoratori autonomi e artigiani (in aggiunta alle politiche distributive di natura discrezionale richiamate da Tito Boeri in un recente articolo su “Repubblica”): la condivisione di un retroterra sociale e la precedente esposizione agli stessi problemi aiutano gli amministratori leghisti a entrare in sintonia con quel mondo. Questo dato, comunque, si sta attenuando nel tempo, e dopo il 1999 è aumentata la presenza anche di occupazioni con basso costo opportunità, come impiegati e operai. La presenza di persone senza un’occupazione di provenienza (disoccupati o fuori dalla forza lavoro), infine, rimane minore tra i leghisti (11,5 per cento) che non tra i sindaci degli altri partiti (15,9 per cento).
I dati sugli assessori comunali confermano queste tendenze. Nelle giunte dei sindaci leghisti, ci sono più giovani (età media di 43 anni contro 45), assessori con maggiore istruzione (13 anni di studio contro 12) e provenienti da professioni con maggiore costo opportunità (36 per cento contro 29,7 per cento). Invece, non esistono differenze statisticamente significative nella presenza di donne.

IL BILANCIO DEI COMUNI: MAGGIORI ENTRATE PROPRIE

Se si guardano i dati dei bilanci comunali, per capire se i 534 sindaci leghisti del nostro campione finiscono per attuare scelte diverse dagli altri, emergono poche – ma indicative – differenze che siano anche significative da un punto di vista statistico. Tanto per farsi un’idea, i sindaci leghisti amministrano comuni mediamente più grandi, con buona pace della retorica dei borghi padani: 14.124 abitanti contro 5.649 (e la differenza rimane anche escludendo la vittoria di Marco Formentini a Milano nel 1993). In parte, questo fatto potrebbe essere spiegato da un effetto di selezione, visto che tra i comuni non identificati come leghisti ci sono soprattutto quelli con liste civiche, che abbondano nei piccoli comuni. Ciò è confermato dal fatto che, nei comuni sopra 15.000 abitanti (con legge elettorale a doppio turno), dove di solito si presentano meno liste civiche, la differenza nel numero di abitanti tra i comuni amministrati dalla Lega e gli altri non è più statisticamente significativa.
Il dato sulla popolazione può in parte spiegare le dimensioni più contenute, sul piano pro-capite, dei bilanci dei comuni amministrati dalla Lega: spese pro capite di 1.058 euro (contro 1.430) ed entrate pro capite di 1.034 (contro 1.407). (4) Non esistono differenze significative nel disavanzo di bilancio. I comuni leghisti, inoltre, si segnalano per una maggiore percentuale di entrate proprie (71,2 per cento contro 64,7 per cento) e per una minore rigidità della spesa (40,9 per cento contro 38,6 per cento), misurata come la frazione delle spese per mutui e personale sul totale del bilancio comunale.
Tutte queste correlazioni, tuttavia, potrebbero nascere da un semplice fenomeno di selezione: comuni storicamente caratterizzati da una minore spesa pubblica potrebbero finire per eleggere sindaci leghisti. Può essere interessante, allora, guardare alla variazione delle variabili di bilancio dall’inizio alla fine del mandato del sindaco: come lasciano le casse del comune, rispetto a come le hanno trovate, gli amministratori della Lega? Qui, il dato più interessante (oltre a una maggiore riduzione del disavanzo da parte dei sindaci leghisti, che non è però robusta sul piano statistico) è l’aumento della percentuale di entrate proprie, che è maggiore nelle amministrazioni leghiste (+16 per cento) rispetto alle altre (+12 per cento). In parte, questo dato potrebbe essere spiegato dalla maggiore presenza di piccoli comuni (non sottostanti ai vincoli del patto di stabilità interno in certi anni) tra quelli non amministrati dalla Lega, ma la correlazione rimane anche controllando per la popolazione. Insomma: un federalismo municipale non solo predicato ma anche praticato.

(1) Si veda Gagliarducci, S. e Nannicini, T. (2009), “Do Better Paid Politicians Perform Better? Disentangling Incentives from Selection”, IZA WP 4400, per una descrizione dei dati utilizzati.
(2) In particolare, definisco come leghisti tutti gli amministratori locali codificati dal Ministero dell’Interno con una di queste sigle di partito: “L. NORD-CIVICHE”, “LEGA LOMBARDA-LEGA NORD”, “LEGA NORD”, “LEGA NORD-ALTRE”, “LG. NORD-LG.VENETA”, “LIGA VENETA”, “LIGA VENETA-LEGA NORD”.
(3) Si veda Giudici, C. (2010), Leghiste. Pioniere della nuova politica, Marsilio editore.
(4) Tutti i dati sono in euro reali con base 2000.