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QUANDO L'AMBIENTE GIOCA IN CASA

di Simona Baldi e Luciano Canova 06.10.2009

L'approccio di Italia e Francia alle politiche ambientali non potrebbe essere più diverso. Almeno per quanta riguarda l'edilizia: Oltralpe diventa uno tra i possibili strumenti in grado di facilitare il raggiungimento degli obiettivi di crescita eco-compatibile in un'ottica di sostenibilità di lungo periodo. Da noi, invece, il Piano casa è pensato come una misura di sostegno immediato alla crescita del Pil, mentre le questioni di efficienza energetica e ambientale vengono derubricate a corollario. Le tragedie come l'Abruzzo e Messina dovrebbero far riflettere.

Uno dei settori più caldi per le politiche ambientali, legato sia alla sostenibilità sia all’efficienza energetica, è quello dell’edilizia. Un confronto Italia-Francia mostra chiaramente l’orizzonte delle attese dei due paesi e la diversità della filosofia di fondo che ispira i provvedimenti, tanto più ora che è di stretta attualità l’approvazione e attuazione del cosiddetto Piano casa in un caso, e l’effettiva realizzazione degli accordi della Grenelle ambientale, nell’altro. (1)
E d'altra parte, la stessa tragedia di Messina riporta in auge antiche discussioni su abusivismo e concessioni edilizie.
Non interessa in questa sede stimare l'impatto macroeconomico del Piano casa italiano né, tanto meno, giudicarne la bontà. Ci preme evidenziare semplicemente una curiosa diversità di visione tra due paesi che ancora si ritengono “cugini”.

IL PIANO CASA ITALIANO

Il governo italiano vara il Piano casa nell’estate 2008 (decreto legge 112/2008) con l’obiettivo di “garantire su tutto il territorio nazionale i livelli minimi essenziali di fabbisogno abitativo per il pieno sviluppo della persona umana”. La realizzazione di nuovi edifici deve essere fatta “nel rispetto dei criteri di efficienza energetica e di riduzione delle emissioni inquinanti”, senza specificazioni ulteriori. La mancata intesa con le regioni sul come destinare i 550 milioni di euro stanziati non fa accantonare il progetto che, anzi, a distanza di qualche mese, viene ripresentato e arricchito di un altro obiettivo perché il governo italiano intravede nel settore edilizio una possibile via di uscita dalla crisi economica-finanziaria mondiale scoppiata nel frattempo. Il rivisitato Piano casa introduce, così, la possibilità di ampliare le abitazioni di proprietà.
L'accordo tra governo e regioni del 31 marzo 2009 prevede, in particolare, tre misure
1) interventi volti al miglioramento anche della qualità architettonica e/o energetica degli edifici fino al 20 per cento della volumetria esistente per edifici residenziali uni-bi familiari
2) interventi straordinari di demolizione e ricostruzione con ampliamento fino al 35 per cento del volume esistente per edifici residenziali, con finalità di miglioramento della qualità architettonica, dell'efficienza energetica ed utilizzo di fonti energetiche rinnovabili e secondo criteri di sostenibilità ambientale
3) introduzione di forme semplificate e celeri per l'attuazione degli interventi edilizi.
Nulla viene specificato nei dettagli, lasciando alle regioni il compito di legiferare per rendere realizzabili i tre obiettivi. Il governo si limita a puntare sul settore dell'edilizia privata per rilanciare l’economia, stimando investimenti per 60-70 miliardi di euro nel caso in cui il 10 per cento degli italiani decidesse di mettere mano alle abitazioni di proprietà.
Nei mesi successivi, le regioni iniziano dunque a legiferare per arrivare alla traduzione operativa dell'accordo, senza però un quadro di riferimento normativo nazionale: di questo si inizia a discutere solo a fine luglio, quando già nove regioni hanno approvato proprie leggi o sono in procinto di farlo. Sebbene in ritardo, il disegno di legge contiene finalmente alcune indicazioni sugli standard di efficienza energetica richiesti per poter realizzare gli ampliamenti delle abitazioni. Nel frattempo, però, la disomogeneità tra territori ha creato, da un lato, una situazione in cui gli operatori del settore lamentano difficoltà ad operare; e dall'altro, può diventare presupposto di un ulteriore rischio di sviluppo locale differenziato per la presenza di amministrazioni miopi e amministrazioni virtuose.

LA FRANCIA TORNA A GRENELLE

La francese Grenelle de l’Environnement è invece un programma per l’adozione di politiche ambientali di lungo periodo, strutturato in sei gruppi di lavoro dedicati a cambiamento climatico, biodiversità, tutela della salute, consumo sostenibile, costruzione di una democrazia ecologica e sviluppo industriale eco-compatibile. All’interno dei differenti gruppi operano degli atelier che entrano nel dettaglio delle diverse dimensioni trattate. Per esempio, i tre atelier sul cambiamento climatico elaborano proposte su trasporto, edilizia ed energia, che vengono discusse dall’Assemblea Nazionale.
La legge finanziaria 2009, con un occhio alla conferenza di Copenhagen sul cambiamento climatico del prossimo dicembre, contiene un pacchetto di misure “verdi” rilevanti non solo in termini di numero di proposte, ma anche e soprattutto di risorse pubbliche destinate alla loro realizzazione.
Sono più di quaranta misure di fiscalità che coprono la totalità dei temi individuati dalla Grenelle Environnement: automobili, trasporti, edilizia, biodiversità, agricoltura e prevenzione del rischio. Le riforme, per il triennio 2009-2011, richiederanno 2,7 miliardi di euro di spesa, finanziati dal contemporaneo alleggerimento di differenti imposte, secondo la logica del double dividend.
Ricordiamo qui soltanto alcune delle misure approvate:
- l’eco-prestito a tasso zero destinato alla ristrutturazione sostenibile di circa 80mila edifici, per un costo di 1,6 miliardi di euro;
- esonero dal pagamento delle imposte dirette e della taxe professionelle (tassa locale sugli immobili) per chi installa un pannello fotovoltaico e vende sul mercato l’energia elettrica prodotta;
- rimodulazione della tassazione ambientale per incentivare la raccolta differenziata e ridurre la produzione di rifiuti;
- introduzione di una tassa di circolazione sulle autostrade, imposta ai mezzi pesanti, per il finanziamento massiccio di infrastrutture ferroviarie e fluviali e per il potenziamento del trasporto pubblico.
La misura senz’altro più rilevante è l’eco-prestito a tasso zero. Di durata di dieci anni, potrà venire esteso a quindici a discrezione degli istituti bancari e finanzierà fino a 30mila euro di lavori di ammodernamento per l’efficienza energetica di uno stabile. La misura riguarda anche l’edilizia popolare, con l’eco-prêt logement social: una prima tranche di 1,2 miliardi di euro di prestiti a tasso fisso dell’1,9 per cento per una durata di quindici anni è disponibile per finanziare nel periodo 2009-2010 la riconversione energetica di 100mila stabili.

APPROCCI DISTANTI

Quello che in questa sede vogliamo sottolineare è proprio il diverso approccio di Italia e Francia, con priorità che, come in uno specchio, appaiono ribaltate: Oltralpe in un’ottica di sostenibilità di lungo periodo, l’edilizia diventa uno tra i possibili strumenti in grado di facilitare il raggiungimento degli obiettivi di crescita eco-compatibile, tanto che il Plan Batiment è soltanto una voce delle politiche di sostenibilità del governo. Da noi, invece, il Piano casa è pensato come una misura di sostegno immediato, in un momento di crisi, alla crescita del Pil, mentre le questioni di efficienza energetica e ambientale vengono derubricate a un suo corollario.
Dal punto di vista del policy maker, si tratta insomma di due funzioni di benessere sociale completamente diverse nello scontare il futuro. L’eterno dibattito tra ottica di breve e lungo periodo si traduce nello scontro tra due modi di fare politica: una programmazione mirata, necessariamente lenta nei tempi e graduale, ma con obiettivi strutturali; e un’azione immediata che scommette tutto sul suo effetto propulsivo per la crescita, ma che perde di vista, gioco forza, l’integrazione nel sistema paese.
Crediamo che la crisi attuale abbia dimostrato con chiarezza la necessità di intervenire strutturalmente sul sistema economico, producendo una radicale trasformazione del modello di crescita. Ciò, unito ai vincoli via via più cogenti di natura ambientale, che la conferenza di Copenhagen probabilmente rafforzerà, fa sorgere seri dubbi sull’efficacia dell’approccio italiano.


(1) L'iniziativa, voluta da Alain Juppé e avviata nell'ottobre 2007, riprende il nome dagli accordi di Grenelle siglati nel 1968 dal governo francese in tema di politica del lavoro.